Psicologa | Giornalista | Docente Università | Scrittrice

La newsletter che parla di parole, pensieri e cervelli narrativi

di Marta Pettolino Valfrè

👄 Roccella, lei ha mai visto un porno?🤸‍♂️🐇

Eugenia Roccella porno

Ci vuole coraggio a demonizzare il porno e a ritenerlo come causa della violenza maschile sulle donne.

Proprio dalla ministra di un governo che combatte l’autodeterminazione delle donne e aggredisce tramite il proprio braccio armato le persone che manifestano il dissenso contro questo governo, come è successo nella mia città, Torino, in occasione della visita di Meloni.

Proprio da chi non sente l’esigenza di introdurre nelle scuole l’educazione sessuale e affettiva per insegnare il rispetto.

Proprio da chi non sente l’esigenza di allinearsi sul tema educativo a tutti gli altri Paesi fondatori dell’Unione Europea e ci fa scivolare insieme a Cipro, Estonia, Grecia, Lettonia e Polonia, fra i Paesi che non hanno a cuore i diritti umani.

Non si può scaricare la colpa della violenza maschile sulle donne sul porno e dare facili risoluzioni in occasione dei casi di cronaca (perché nei pochi giorni nei quali non leggiamo di donne molestate, aggredite o uccise nessuno se ne occupa. Ma ne esistono ancora giorni così?). È di nuovo uno spostare il problema e distrarre la gente, che così può avere un colpevole e pulirsi la coscienza, senza provare neppure a cambiare questa società che ci vede ancora vittime e colpevoli allo stesso tempo.

Non è il porno in sé, ma sono i contenuti violenti che ci sono in alcuni porno a dover essere vietati. È come vietare Dario Argento perché temiamo che le persone poi vadano in giro a mettere spilli negli occhi della gente.

Non è in sé la visione di materiale erotico, ma come viene raccontano l’erotismo. Secondo me, giudicare il porno, vuol dire nuovamente discriminare la donna. Il porno è cosa da maschi, per cui vietarlo significa non esporre i giovani uomini a immagini erotiche e così non saranno violenti con le donne nella vita reale. La donna non guarda porno né nessun tipo di materiale erotico. Noi non siamo soggetti attivi sessualmente, ma solo in relazione ad un uomo. E di nuovo non esistiamo.

Bisognerebbe vietare anche le immagini di alcune sedute in parlamento se non vogliamo diffondere violenza tra i giovani. E vietare di leggere alcuni giornali. E vietare di sapere cosa succede nel mondo.

Che ci voglia una regolamentazione per la visione da parte dei minorenni dei porno va bene. Che ci voglia una regolamentazione su chi produce pornografia va bene. Ma non diteci che è colpa del porno se veniamo ammazzate, stuprate e picchiate.

Cosa dice una ricerca scientifica

A essere presa come esempio è una una ricerca scientifica francese voluta dall’Alto Consiglio per l’uguaglianza uomo donna (Hce) i cui ricercatori e ricercatrici hanno studiato la correlazione porno-violenza su quattro piattaforme (PornHub, Xhamster, Xvideos, Xnxx), sia sotto il profilo statistico sia per contenuti. I risultati sono effettivamente preoccupanti: 1,4 milioni di video contenenti pratiche sadiche, 200.000 che mostrano pratiche umilianti e 1,5 milioni che utilizzano categorie razziste.

Violenza fisica, aggressione verbale e torture. I contenuti offerti sono pieni di immagini che sono umilianti per le donne e che sono già vietati per legge in Francia: “Tra i contenuti più ricercati, quelli che coinvolgono minori con parole chiave come «studentessa», «sorella e fratello», contenuti che banalizzano l’incesto e la violenza sessuale”.

Per quanto riguarda i bambini, il rapporto sottolinea l’esposizione molto precoce dei giovani alla pornografia (a partire dai 10 anni) e secondo gli ultimi dati dell’Autorité de Régulation de la Communication Audiovisuelle et Numérique (Arcom): il 51% dei dodicenni e il 65% dei sedicenni hanno visitato un sito porno ogni mese nel 2022.

l’Hce mette anche in correlazione la pornografia con la criminalità organizzata.

Dalla ricerca i dati sono molto più che allarmanti, ma nuovamente si fa riferimento al contenuto pornografico e non al contenitore, contenuti che sono già proibiti per legge.

P.S. in Ultimo tango a Parigi c’è una scena di sodomia e Bernardo Bertolucci ha dichiarato che l’attrice, Maria Schneider, l’ha subita senza poter esprimere alcun consenso. Eppure ancora oggi è considerato un capolavoro.
È il caso di riflettere su quando siamo disposti a cambiare la nostra cultura, e non prendere scorciatoie.

L’intervista

Quando cerco un confronto su tematiche sessuali un punto di riferimento è il Prof. Fabrizio Quattrini, psicoterapeuta, sessuologo clinico e presidente dell’Istituto Italiano di Sessuologia Scientifica di Roma, che oltre a essere un amico e una persona che stimo è un professionista di grande esperienza. È con lui che ho voluto confrontarmi sul legame tra pornografia e cultura dello stupro.

Perché guardiamo i porno?

I porno nascono prevalentemente per l’eccitazione sessuale maschile. La pratica di eccitare gli uomini attraverso la vista c’è da sempre, anche prima della nascita della pornografia come la conosciamo oggi.

L’eccitazione nata per gli uomini ha generato anche quella cultura che sia esclusiva: la donna che guarda il porno è una poco di buono, l’uomo deve guardare il porno perché solo così si permette di capire esattamente cosa può essere la sessualità.

La pornografia è un contenitore che da sempre ha abbracciato tutti gli uomini di tutte le generazioni, soprattutto per quella che era una prima fase di educazione alla sessualità fai da te: prima i fumetti, poi i giornalini, poi il cinema con i film a luci rosse, poi piano piano le videocassette, i dvd, per arrivare oggi a internet.

È fondata la relazione tra cultura dello stupro e pornografia mainstream online o è l’ennesimo scarico di responsabilità?

Assolutamente non è fondata.

Il rischio ci può essere solo nel momento in cui, mancando una educazione alla sessualità, le persone che confondono la pornografia con la realtà potrebbero eventualmente cadere in certe trappole. Io faccio sempre un esempio: come siamo capaci di discriminare un’uccisione in un film horror anche cruento e quindi essere consapevoli che quella persona non è stata ammazzata nella realtà, non è morta, è solo un film, anche nella pornografia questo aspetto diventa facilmente discriminatorio.

Quali sono gli interventi che si potrebbero mettere in atto per insegnare agli uomini una cultura fondata sul rispetto e che potrebbe quindi realmente abolire la violenza maschile sulle donne, invece di educare le donne a difendersi o a chiedere aiuto, che va bene, ma che non risolve il problema alla base e porta avanti anche il concetto che la responsabilità sia ancora una volta della donna?

Educare all’effettività e alla sessualità, cosa che ancora oggi siamo ben lontani dal fare. E andrebbe fatto in età evolutiva, permettendo così in pubertà e adolescenza di capire cosa vuol dire l’esperienza erotico sessuale.

Però per me non si deve insegnare a chiedere il consenso, perché quello che si dovrebbe insegnare è il rispetto e dietro a questo, a catena c’è per forza la consensualità e tutta una serie di altri aspetti fondamentali nelle relazioni.

Creare una regolamentazione più chiara e più precisa visto che oggi è inesistente. Ben venga la peer education all’interno di progetti educativi, ma non può essere l’unica cosa, ci vuole una regolamentazione in materia di affettività e sessualità che garantisca a tutti, da quando il bambino nasce a quando il ragazzo diventa adolescente e giovane adulto, di capire il vero significato del rispetto.

Un giro di lingua

Per focalizzarci ancora meglio su quanta strada c’è ancora da fare per un vero cambiamento culturale per contrastare la violenza maschile sulle donne, iniziamo a portare consapevolezza anche sulle parole che usiamo. Una parola entrata, purtroppo, nell’uso comune è Revenge Porn, che indica la diffusione di materiale intimo senza consenso e che è diventato un reato penale dal 2019.

In italiano questo termine si traduce con: Porno Vendetta. Spesso a diffondere i contenuti, infatti, sono persone che condividono per vendetta materiale di ex partner. Chiamarla vendetta colpevolizza ancora una volta la vittima. La maggior parte dei contenuti è diffuso da uomini che vengono lasciati. Questa parola si accompagna al significato che chi lascia, la donna, ha una colpa. In barba a tutte le campagna di contrasto alla violenza domestica.
Passiamo all’altra parola: porn. È un porno anche se il materiale non è stato girato per la diffusione, ma come atto intimo tra due persone? Se siamo disposti ad accettare come vero questo presupposto, allora dobbiamo accettare anche che un qualsiasi altro atto sessuale può essere definito porno, con gravissime conseguenze sociali e culturali.

 

Continuare a usare parole sbagliate per definire la violenza e mettere ancora una volta il focus sul contenuto e non sul colpevole o sull’atto in sé, vuol dire continuare a legittimare questa violenza, confondendo nuovamente i ruoli tra vittima e aggressore.

 

In Italia le persone vittime di questo reato sono più di 2 milioni, secondo il report sullo Stato Dell’Arte del Revenge di PermessoNegato APS.

 

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Ho scritto un libro:

IL CORPO EMOTIVO NEL PUBLIC SPEAKING

Manuale pratico tra mente, cuore e storytelling

Il public speaking per me è molto di più del parlare in pubblico, perché ci fa fare i conti con noi, con le nostre paure, ma anche con i nostri sogni e le nostre speranze. È un guardarsi dentro prima che fuori, è un parlare con noi stess* prima che con le altre persone. È anche guardare in faccia cose che non ci piacciono, ed è anche imparare a conoscersi meglio e a dirsi: sono stata brava!

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CHE PALLE ‘STI STEREOTIPI

25 modi di dire che ci hanno incasinato la vita

Le parole che usiamo non servono solo a descrivere la realtà ma influenzano inconsapevolmente anche i nostri pensieri e determinano quindi i nostri comportamenti. Occuparsi delle parole vuol dire soprattutto prendersi cura di sé e della propria mente. E non esistono cose più urgenti di dedicarci a noi e al rapporto con le altre persone. Questo viaggio ironico e al contempo molto serio ci porta, attraverso venticinque modi di dire che spesso usiamo inconsapevolmente, all’interno di una società ancora troppo maschilista, nella quale le donne troppo spesso mettono in atto comportamenti auto-sabotanti. Sono parole “di seconda mano”, che utilizziamo senza compiere una vera e consapevole scelta, sono parole non nostre ma che, nel momento in cui le pronunciamo, dicono tanto anche di noi, di chi siamo, di cosa (senza rifletterci) pensiamo e di come ci comportiamo. Grazie alle riflessioni di Nacci e Pettolino Valfrè, impariamo a riscrivere la nostra voce interiore, a disinnescare i nostri automatismi in modo che, quando staremo per esclamare a una donna: “Hai proprio le palle!”, ci verrà da ridere ripensando a cosa vuol dire, a quanto sia assurdo, e ci porterà a domandarci: “Sono veramente io che sto scegliendo questi termini?”, “Chi è la padrona o il padrone della mia mente?” e ancora: “Posso amare le parole che ho detto?”.

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