Psicologa | Giornalista | Docente Università | Scrittrice

La newsletter che parla di parole, pensieri e cervelli narrativi

di Marta Pettolino Valfrè

🚺 🚾 Perché la fila nel bagno delle donne è sempre più lunga? 🛀 🩸

Perché la fila nel bagno delle donne è sempre più lunga

Ci sono lividi invisibili

Tu lo sai perché la fila nei bagni pubblici delle donne è sempre più lunga?
Non è perché le donne vanno sempre in due e chiacchierano.
Non è perché sono più lente degli uomini.
Non è perché non hanno la prostata.

Il motivo è solo uno: gli spazi pubblici non sono stati progettati per le donne.
Quasi tutto ciò che vediamo o viviamo fuori casa non è stato pensato per le donne, ma per gli uomini. Perché erano loro ad avere una vita fuori casa, e non sto parlando di così tanti anni fa. Con il cambio della situazione sociale ci si è accorti che anche le donne iniziavano a lavorare fuori casa e a usare spazi pubblici e, in una logica mediocremente paritaria, sono stati destinati i bagni anche alle donne, solitamente nello stesso numero di quello riservano ai maschi. Perché questo è solo falsamente paritario?

Perché non tiene conto delle diversità fra uomo e donna.
Gli uomini hanno a disposizione gli orinatoi. Chi non è pene-dotato no. L’apertura e la chiusura di una porta ha bisogno di tempo. E la fila si allunga.
Assumiamo posizioni diverse per urinare, ci vestiamo e rivestiamo in modo diverso e questo comporta tempi diversi. E la fila si allunga.
La maggior parte delle donne ha le mestruazioni e questo allunga i tempi di permanenza in bagno. E la fila si allunga.
Tutti questi motivi, e molti altri, ci fanno dire che il numero dei bagni non può essere l’unica variabile da adottare.
Ma perché siamo vicino al 25 novembre e vi parlo di bagni? È davvero un cesso il problema principale da risolvere per la scomparsa della violenza sulle donne? Naturalmente no. Ma voglio scrivere ancora un paio di cose prima di svelare cosa centra un water con la violenza sulle donne e con il pensiero di questa newsletter.

La donna solo come variante dell’uomo

La donna come “variante” dell’uomo è un problema culturale che ha radici molto lontane. Un problema culturale che contamina la sicurezza e la salute personale e pubblica. I farmaci e le terapie a cui tutte e tutti ci sottoponiamo o potremmo, in futuro, sottoporci sono sperimentate all’80% su maschi bianchi. Però, la maggior parte delle patologie si manifestano con incidenza e sintomi differenti fra uomini e donne.
Siamo diversi per variazioni ormonali, peso, acidità gastrica e molti altre variabili che incidono sull’assorbimento e sull’efficacia dei farmaci, questo si traduce in una maggiore tossicità dei farmaci per le donne.
Anche quando parliamo di eventi che riguardano la salute, come una malattia cardiovascolare o un tumore, ci sono differenze che continuano a condannare le donne. Se ti chiedessi di pensare ai sintomi di un infarto quasi sicuramente mi sapresti rispondere senza neppure pensarci troppo. Perché, almeno su questo punto, si è fatta una buona comunicazione. Ma, i sintomi che conosciamo sono soprattutto quelli maschili, infatti, la donna può presentare manifestazioni secondarie e differenti con incidenza non trascurabile, come disturbi gastrici, affanno e affaticamento. E sappiamo che riconoscere i sintomi dell’infarto può salvare la vita… ai maschi.
Stessa cosa vale per il cancro al colon, stessa malattia, sintomi e localizzazione differente.
Stessa cosa vale per i vaccini. Le donne hanno reazioni immunitarie innate e più forti rispetto agli uomini, ma con effetti negativi maggiori. Anche i vaccini sono cose per maschi.

Anche questa è violenza

Le donne si inseriscono in un mondo che non è stato pensato per loro. Le donne non sono mai esistite. Questa è la ragione per cui sono nati i movimenti femministi, per esistere come donne e non come variabili dell’uomo. Noi NON siamo nate da quella costola maledetta.
La nostra cultura ci sta uccidendo in più modi: violenza maschile sulle donne, retribuzioni troppo basse, medicine e cure spesso tossiche, cultura che non ci fa esistere nei libri di scuola, linguaggio sessista, sessualizzazione dei nostri corpi. Tutta questa è violenza e porta lividi che restano in noi e nelle nostre figlie, per generazioni e generazioni.

L’intervista

La conoscenza di queste tematiche è ancora relegata all’interesse della singola persona o azienda. La mancanza delle istituzioni è assordante, ma solo per chi ha orecchie che vogliono sentire.

C’è una ricerca che indaga un tema interessante: cosa pensano gli uomini degli stereotipi che discriminano spesso le donne?
Sosteniamo che il cambiamento deve essere portato avanti da tutte e tutti. Anche dagli uomini, detentori a oggi di importanti privilegi che distribuiscono il potere.
La ricerca, L.U.I. Lavoro, Uomini, Inclusione, è stata condotta da Fondazione Libellula, il cui obiettivo primario è prevenire e contrastare ogni forma di violenza sulle donne e di discriminazione di genere.
Ho trovato i risultai amari. Questa è la parola che meglio definisce il mio stato d’animo la prima volta che ho letto queste pagine. Un’amarezza che però denuncia un lavoro di sensibilizzazione ancora lungo e necessario.
Ne ho parlato con Flavia Brevi, Capa Comunicazione di Fondazione Libellula.

Alcuni dati che sono emersi dalla vostra indagine sono, a mio avviso, preoccupanti. Ad esempio quelli che indicano che gli uomini si sentono colpevolizzati per la violenza sulle donne e quel 43% che pensa che la violenza sulle donne sia un fenomeno che non lo riguardi. 
Perché quando si dice violenza sulle donne, gli uomini si sentono tutti imputati? E al contempo fanno quello che fanno solitamente i colpevoli, ovvero finta di niente, negando le proprie responsabilità?

Innanzitutto il primo, grande, grande scoglio è che noi siamo cresciute e cresciuti vedendo e sentendo di un solo tipo di violenza, quella fisica. Questo significa che se non c’è un segno, se la violenza è di tipo verbale, psicologico, economico, noi la sminuiremo in automatico – e con lei le microaggressioni. Che ti mettono spalle al muro: ok, non sei un picchiatore, ma hai mai urlato a una donna per strada “Non sai cosa ti farei!”?
Ok, non hai stuprato, quindi hai denunciato ogni amico che ti ha confidato di essere andato a letto con una ragazza ubriaca, giusto?
Sono domande scomode, che è più facile rifiutare in automatico e chiudersi a riccio.
Oltre a questo, quando si parla di violenza di genere il nostro immaginario va subito alla donna maltrattata e al maltrattante. Pochissime volte abbiamo parlato delle e dei testimoni di quella violenza, della rete attorno alle due persone: perché non abbiamo colto i segnali? Cosa avremmo potuto dire e fare altrimenti? Quante campagne hanno invitato le donne vittime a denunciare, e quante invece hanno invitato gli amici e i parenti a parlare se assistono a un episodio di violenza?
Non ci siamo mai responsabilizzati. E questo non ci porta a cercare soluzioni preventive, ci annichilisce e basta.

Quali sono gli interventi che ancora dobbiamo fare per non “normalizzare” la discriminazione di genere con battute, molestie mascherate, linguaggio sessista? Alla luce anche di quel 55% di donne che subiscono discriminazioni e molestie sul posto di lavoro, cioè più della metà di noi.

Dobbiamo puntare a un cambiamento culturale che passa necessariamente per il coinvolgimento di tutti, maschile sovraesteso intenzionale, a ogni età, dall’infanzia, grazie alla scuola, all’età adulta, attraverso le aziende e i posti di lavoro. L’equità di genere deve diventare pop, nel senso originale del termine: popolare. Libri, cartoni, serie tv, eventi. Deve attraversare ogni cosa, perché dobbiamo iniziare a concepire l’equità come una questione di benessere delle persone.
Il cambiamento può partire dal basso, ma per accelerarlo servirebbe che parta anche dall’alto. Istituzioni comprese.

Come dobbiamo educare, sia gli uomini e sia le donne, a riconoscere la discriminazione, che non sempre è facilmente visibile, e in seconda battuta ad abbandonare la colpevolizzazione della vittima?

Forse dovremmo recuperare la curiosità di quando eravamo piccole e piccoli, leggere, viaggiare, cercare nuovi punti di vista, soprattutto quando arrivano da persone competenti e formate sulle questioni di genere.
Avere l’onestà di riconoscere che stereotipi e pregiudizi sono dentro di noi e ci saranno sempre, per questo dobbiamo allenarci per evitare di inciamparci dentro mentre siamo sovrappensiero.
E, come ci ha insegnato Michela Murgia, non stare mai zitte, anzi, continuare a segnalare una discriminazione, correggere un collega – se state immaginando un rimprovero da maestrina, forse è perché avete lo stereotipo della femminista rompipalle.
Ricordiamoci che, anche se non abbiamo figlie o figli né nipoti, facciamo parte comunque di una comunità educante e stiamo lasciando in eredità alle nuove generazioni tutta la nostra confusione su cosa sia una violenza o quando inizia il confine del consenso.
Secondo la nostra Survey “La violenza di genere in adolescenza”, infatti, gelosia, possesso, invasione sono ancora considerati segnali d’amore. Non sono le e i giovani che si sono inventati queste cose: gliele abbiamo insegnate noi. Ora dobbiamo diseducarci, con la cultura del rispetto dei generi.

Un giro di lingua

Ci sono modi di dire che ci insegnano che:
“L’amore non è bello se non è litigarello”
“Chi non è geloso non ama”
“Chi non è geloso anche delle mutandine della sua bella, non è innamorato“.

E se ne potrebbero citare davvero molti altri.
Così cresciamo con l’idea che un amore che lascia libera l’altra persona, che la rispetta, che ha fiducia in quel sentimento e in quella persona non sia vero amore.

Se cerchiamo la definizione su Treccani di gelosia si legge questo:
Stato emotivo di chi vive nella paura di vedersi sottratta la persona amata.
Le parole importanti in questa definizioni sono due: paura e sottratta.
La paura è un’emozione primaria che ci porta un messaggio importante. Se non fosse importante quello per cui abbiamo paura, non ci sentiremmo in pericolo.
L’altra espressione è legata alla perdita: “vedersi sottratta”, come se l’altra persona appartenesse a noi. Non possiamo perdere ciò che non possediamo.
La violenza va a braccetto con il potere e con il possesso.
Questo pensiero deve cambiare e dobbiamo restituire alle altre persone la libertà di stare (o non stare) e di scegliere, esattamente quello che vogliamo per noi.

Una mia esperienza

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Ho scritto un libro:

IL CORPO EMOTIVO NEL PUBLIC SPEAKING

Manuale pratico tra mente, cuore e storytelling

Il public speaking per me è molto di più del parlare in pubblico, perché ci fa fare i conti con noi, con le nostre paure, ma anche con i nostri sogni e le nostre speranze. È un guardarsi dentro prima che fuori, è un parlare con noi stess* prima che con le altre persone. È anche guardare in faccia cose che non ci piacciono, ed è anche imparare a conoscersi meglio e a dirsi: sono stata brava!

Dentro questo libro troverai una parte dedicata alle emozioni e a come tenerle per mano senza farti governare. C’è anche uno Speciale Ansia! Una parte è dedicata al linguaggio e a come si formano i pensieri nella nostra mente. Un’altra, a grande richiesta, è sulla comunicazione non verbale e in ultimo ci sono le mie tecniche preferite di storytelling. E tanti e tanti esercizi.

 

“È un libro che mette ordine tra falsi miti e prove scientifiche, adatto per organizzare discorsi sia preparati, sia improvvisati. Per chi vuole essere leader e muovere opinioni, per chi ha un sogno e vuole raggiungerlo, per chi vuole parlare con mille altre persone o una sola”.

Ne ho scritto un altro:

CHE PALLE ‘STI STEREOTIPI

25 modi di dire che ci hanno incasinato la vita

Le parole che usiamo non servono solo a descrivere la realtà ma influenzano inconsapevolmente anche i nostri pensieri e determinano quindi i nostri comportamenti. Occuparsi delle parole vuol dire soprattutto prendersi cura di sé e della propria mente. E non esistono cose più urgenti di dedicarci a noi e al rapporto con le altre persone. Questo viaggio ironico e al contempo molto serio ci porta, attraverso venticinque modi di dire che spesso usiamo inconsapevolmente, all’interno di una società ancora troppo maschilista, nella quale le donne troppo spesso mettono in atto comportamenti auto-sabotanti. Sono parole “di seconda mano”, che utilizziamo senza compiere una vera e consapevole scelta, sono parole non nostre ma che, nel momento in cui le pronunciamo, dicono tanto anche di noi, di chi siamo, di cosa (senza rifletterci) pensiamo e di come ci comportiamo. Grazie alle riflessioni di Nacci e Pettolino Valfrè, impariamo a riscrivere la nostra voce interiore, a disinnescare i nostri automatismi in modo che, quando staremo per esclamare a una donna: “Hai proprio le palle!”, ci verrà da ridere ripensando a cosa vuol dire, a quanto sia assurdo, e ci porterà a domandarci: “Sono veramente io che sto scegliendo questi termini?”, “Chi è la padrona o il padrone della mia mente?” e ancora: “Posso amare le parole che ho detto?”.

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