Psicologa | Giornalista | Docente Università | Scrittrice

La newsletter che parla di parole, pensieri e cervelli narrativi

di Marta Pettolino Valfrè

Buoni propositi e riti di passaggio

Capodanno e buoni propositi

Ogni anno intorno alla fine di dicembre caschiamo nella pratica dei buoni propositi, a volte anche con aria un po’ snob: capodanno è un giorno qualsiasi, tanto non cambia niente, i buoni propositi non funzionano mai. Eppure chi di voi non ha quei pensieri sussurranti nella testa alla fine dell’anno? Cosa voglio veramente? Cosa voglio cambiare nella mia vita? Quali sono gli obiettivi di quest’anno? Praticamente una crisi di mezza età ogni dicembre!
Perché succede a tutti e tutte? E se non ti succede potresti avere bisogno di un consulto psicologico: chiamami! 😉
Non è così semplice rispondere a queste domande e non indicano necessariamente un’insoddisfazione, ma vogliono dire che siamo esseri meravigliosamente umani e in evoluzione costante. Suona meglio?
Capodanno è un passaggio e come tale ha bisogno anche del suo rituale.

“I rituali sono importanti e lo sono da sempre e per tutte le culture. E anche per altri primati. Definiscono l’appartenenza a una comunità, ci fanno sentire parte di qualcosa e segnano il passaggio a qualcosa di diverso.” Descrivevo così l’importanza di alcuni momenti della nostra vita neIl corpo emotivo nel public speaking.
“Non si sa per certo l’origine dei rituali, ma siamo tutti concordi sulla loro importanza. Anche la nostra società ne è piena e sono entrati talmente tanto nella quotidianità che non ci rendiamo neppure più conto che sono cerimoniali.
Riti di passaggio tipici sono: il matrimonio e il funerale, anche il diploma e la laurea o riti religiosi come battesimo, comunione e cresima. Queste manifestazioni pubbliche segnano un passaggio da cosa c’era prima e cosa ci sarà dopo. Anche Capodanno ha lo stesso significato, non è vero che la notte di San Silvestro è una come le altre, segna la fine e l’inizio, e si accompagna a speranze, malinconie e timori, esattamente come gli altri riti di passaggio. Da qui l’origine dei buoni propositi (che non vengono portati quasi mai a compimento, perché non formulati nel modo corretto e perché sono solitamente a lungo termine.)”

La differenza tra i tuoi desideri e quelli della società

I riti di passaggio vengono impressi nella nostra mente anche per le emozioni che li accompagnano. C’è chi ancora a 50 anni ricorda benissimo gli incubi legati alla maturità.
Ma poi col passare del tempo l’energia legata ai buoni propositi si affievolisce. Allora dove si sbaglia?
Prima differenza importante è quella fra desideri e obiettivi. I desideri sono meravigliosi e parlano di noi, di una parte con la quale può capitare di non essere sempre in contatto. Pensaci, quali sono i tuoi? Se non lo sai più, allora l’esercizio più in basso potrebbe per te essere provvidenziale. Non dimenticare mai di ascoltare il tuo istinto. Poi non dargli sempre retta, però devi sapere cosa ti sta dicendo.
Gli obiettivi invece sono progetti che devono essere ben definiti e realistici. Per cui la differenza è grande. È giusto che qualcosa resti un desiderio ed è giusto che qualcuno di questi si trasformi in un obiettivo da raggiungere.
Ho fatto un giro su alcune testate giornalistiche e, come prevedibile, in molte hanno pubblicato qualcosa su i buoni propositi. Quello che mi ha fatto più arrabbiare è stato TgCom24 Donne che ci consiglia, tra le altre cose, di puntare su fascino e sensualità.
A voi non prende mai la voglia di non commentare una cosa per la delusione che questa comporta? Quando ho letto questo articolo, pieno di generalizzazione e consigli mediocri e vaghi, ho avuto questa sensazione. Di tutti quelli elencati questo è il più stereotipato. Perché noi donne dovremmo per forza puntare sul fascino? La parola fascino deriva dal latino fascĭnum, ovvero maleficio. Più facilmente, però, in questo contesto è stato usato per significare il potere di attrazione e seduzione. Perché questo consiglio alle donne? Qui si nasconde lo stereotipo degli stereotipi: va bene se piacciamo a noi stesse e siamo sicure di noi (ma va bene anche quando non lo siamo!) ma se puntiamo sul fascino allora vuol dire che stiamo puntando a sedurre qualcun altro (o altra). E ritorniamo sui vecchi ruoli: donne il cui unico scopo nella vita è accalappiare un uomo. Donne la cui sicurezza passa dallo sguardo maschile.

[Non metto il link per non dare clic a questo articolo 😜]

E allora come parlare alla propria mente?

Una ricerca sperimentale, pubblicata su PNAS, spiega come trasformare i buoni propositi in abitudini. La cosa interessante è che conferma, fra le altre cose, che le persone possono essere diverse fra loro e che il mito di un tempo prestabilito per imparare qualcosa è un falso. Le variabili in gioco sono tante e più che preoccuparci del tempo necessario bisognerebbe prendere in considerazione la modalità e la complessità di cosa vogliamo diventi un’abitudine. Sfatare il mito dei 21 giorni vuol dire anche riappropriarci della nostra unicità e abbandonare un clima competitivo che ci porta frustrazione e paura del fallimento.
Non dobbiamo, però, aspettarci che i risultati arrivino senza far nulla, possiamo agire, ma la sostituzione della competizione con una scelta basata sull’ascolto e sulla collaborazione, anche di noi stessə, porta a risultati più duraturi e soprattutto porta a quello più importante di tutti: il nostro benessere nel rispetto delle altre persone e dell’ambiente che ci ospita.

Prendi carta e penna

Lascia per un po’ il tuo device e ritorna a carta e penna, perché vivere come esperienza unica le tue parole è un ottimo punto di partenza. Quando digitiamo le lettere su una tastiera, fisica o virtuale, ogni lettera è uguale a se stessa. Ma quando lo facciamo a penna, allora è un atto creativo e ogni lettera sarà unica. Questa esperienza dialogherà meglio con i nostri sistemi motivazionali e con la nostra memoria.
Prendi un tuo obiettivo e dividilo per attività più piccole, e poi decidi ogni giorno (settimana o mese a seconda dell’obiettivo) quanto tempo ci vuoi dedicare. Deve essere un tempo realistico perché ti toccherà rispettarlo. Le attività devono essere pratiche: è diverso dire scriverò un nuovo libro (uhh sarà mica un’anticipazione? 😂) oppure scrivo ogni lunedì e giovedì tot pagine, parole, ecc. Deve essere concreto in modo che ti sarà facile stabilire se l’hai fatto o no. Condividilo con qualcuno che di tanto in tanto ti chiederà come va quel tuo progetto, così metterai alla prova anche la tua voglia di conferma sociale.

Un giro di lingua

Spesso mi viene chiesto perché dico che è meglio avvocata di avvocatessa, sindaca di sindachessa e dottora di dottoressa. E non credo per nulla al “suona male”, molte voci sono fastidiose eppure alcune ricoprono ruoli in cui parlano parecchio.

La maggior parte delle volte cosa ci sembra strano e non ci piace è solo il risultato della poca esposizione precedente. Pensa alla musica: ti è mai capitato di ascoltare per la prima volta un brano e non apprezzarlo e poi trovarti a canticchiarlo e trovarlo molto più gradevole?

Se ti piace ballare, pensa a tutti i pezzi che balli d’estate e relazionali alla prima volta che li hai ascoltati, davvero hai per tutti pensato: come suona bene? Tanto non ci credo!

Sentendo spesso qualcosa la nostra mente lo considera conosciuto, quindi familiare, quindi mi posso fidare, quindi gradevole, o per lo meno non più considerevole di sospetto. Quella parola passerà da un’attenzione consapevole a una automatica, praticamente ascoltandola non ci faremo più caso e ci sembrerà strano che qualcuno non usi quella parola o usi il maschile per indicare una femmina.

Io abito vicino a una città che ha avuto una sindaca e, anche se alla maggior parte dei torinesi suonava male la parola sindaca, oggi sarebbe molto strano annunciare Appendino come un sindaco. L’esperienza e l’esposizione possono cambiare anche il gusto del fare o del sentire qualcosa. Pensa anche al cibo.

 

Il suffisso in -essa è nato per ricavare un femminile da un maschile e per indicare una relazione familiare, per esempio principessa deriva da principe, perché ha un legame di parentela con il ruolo originale, che è quello maschile. Poi si è diffuso pubblicamente in modo dispregiativo, per schernire una donna che voleva avere l’istruzione o il ruolo sociale tipica di un privilegio maschile. Sapere l’origine delle parole ci può aiutare anche a capire molto di più sulla nostra storia e sulla storia dei nostri diritti.

Se vuoi sperimentare il tuo modo di scrivere e valutare se stai usando un linguaggio più libero e rispettoso di tutti e tutte ti suggerisco di provare Inclusive Talk, è un tool dove inserisci il tuo testo e come un traduttore ti restituisce una versione più inclusiva e rispettosa.

 

C’è un articolo, un po’ datato, ma sempre molto attuale pubblicato da Wired, che offre un sacco di spunti utili a comprendere meglio la questione del femminile nella nostra lingua. Così saprai cosa rispondere a tutte le banalità e ai pregiudizi che ti verrano rimandati quando parlerai dell’importanza del linguaggio.

Una mia esperienza

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Ho scritto un libro:

IL CORPO EMOTIVO NEL PUBLIC SPEAKING

Manuale pratico tra mente, cuore e storytelling

Il public speaking per me è molto di più del parlare in pubblico, perché ci fa fare i conti con noi, con le nostre paure, ma anche con i nostri sogni e le nostre speranze. È un guardarsi dentro prima che fuori, è un parlare con noi stess* prima che con le altre persone. È anche guardare in faccia cose che non ci piacciono, ed è anche imparare a conoscersi meglio e a dirsi: sono stata brava!

Dentro questo libro troverai una parte dedicata alle emozioni e a come tenerle per mano senza farti governare. C’è anche uno Speciale Ansia! Una parte è dedicata al linguaggio e a come si formano i pensieri nella nostra mente. Un’altra, a grande richiesta, è sulla comunicazione non verbale e in ultimo ci sono le mie tecniche preferite di storytelling. E tanti e tanti esercizi.

 

“È un libro che mette ordine tra falsi miti e prove scientifiche, adatto per organizzare discorsi sia preparati, sia improvvisati. Per chi vuole essere leader e muovere opinioni, per chi ha un sogno e vuole raggiungerlo, per chi vuole parlare con mille altre persone o una sola”.

Ne ho scritto un altro:

CHE PALLE ‘STI STEREOTIPI

25 modi di dire che ci hanno incasinato la vita

Le parole che usiamo non servono solo a descrivere la realtà ma influenzano inconsapevolmente anche i nostri pensieri e determinano quindi i nostri comportamenti. Occuparsi delle parole vuol dire soprattutto prendersi cura di sé e della propria mente. E non esistono cose più urgenti di dedicarci a noi e al rapporto con le altre persone. Questo viaggio ironico e al contempo molto serio ci porta, attraverso venticinque modi di dire che spesso usiamo inconsapevolmente, all’interno di una società ancora troppo maschilista, nella quale le donne troppo spesso mettono in atto comportamenti auto-sabotanti. Sono parole “di seconda mano”, che utilizziamo senza compiere una vera e consapevole scelta, sono parole non nostre ma che, nel momento in cui le pronunciamo, dicono tanto anche di noi, di chi siamo, di cosa (senza rifletterci) pensiamo e di come ci comportiamo. Grazie alle riflessioni di Nacci e Pettolino Valfrè, impariamo a riscrivere la nostra voce interiore, a disinnescare i nostri automatismi in modo che, quando staremo per esclamare a una donna: “Hai proprio le palle!”, ci verrà da ridere ripensando a cosa vuol dire, a quanto sia assurdo, e ci porterà a domandarci: “Sono veramente io che sto scegliendo questi termini?”, “Chi è la padrona o il padrone della mia mente?” e ancora: “Posso amare le parole che ho detto?”.

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