Psicologa | Giornalista | Docente Università | Scrittrice

La newsletter che parla di parole, pensieri e cervelli narrativi

di Marta Pettolino Valfrè

Vacanze? No, grazie!

Vacanze? No, grazie

Se vai in vacanza è perché non ti piace la tua vita

Le vacanze sono una pausa dalla solita routine. È meglio di un weekend, il tempo a disposizione è più lungo e ci si può spostare più agevolmente, ma come ogni anno (e come ogni lunedì) arrivano i guru della produttività e della performance a dirci che se non ci piace il lunedì o andare a lavorare sempre è perché dobbiamo cambiare qualcosa nella nostra vita.

Questa newsletter di agosto la voglio dedicare ai tempi lenti, alla disconnessione, al tempo che dobbiamo riservare a noi in modo diverso.

Un utile esercizio che potete fare è leggere le mail di risposta automatica di quando una persona va in ferie. Ci sono quelle che assicurano comunque una lettura e una sorveglianza costante, ci sono quelle nelle quali chi scrive si giustifica per essersi presa o preso una pausa e promette di tornare col carico di energia e poi ci sono anche le persone che non le impostano perché continueranno a leggere le mail anche durante le vacanze.

So che alcuni e alcune di voi penseranno che il proprio caso è diverso, perché gestiscono aziende, lavori importanti, vite umane, ecc. E la vostra di vita? A questa ci pensate? Se avete potuto andare in vacanza è perché ci sarà qualcuno o qualcuna che penserà alla quotidianità e vi contatterà qualora succedesse qualcosa di urgente, importante e imprevisto. Fate in modo di essere disturbati solo in questi casi, la vostra vita vi ringrazierà e potrete tornare a settembre veramente col pieno di energia, di creatività e di nuove consapevolezze.

Perché viaggiare?

Viaggiare è insito della natura umana, abbiamo nei nostri geni anche quelli dei nostri antenati nomadi e quelli che si sono spostati per trovare migliori condizioni ambientali, prima che decidessimo che era l’ambiente a doversi piegare alle nostre esigenze.

Spostarsi per tanti chilometri o anche pochi vuol dire esplorare, scoprire qualcosa di nuovo sia del posto sia di sé. Fare una nuova esperienza e spesso uscire dalla zona di comfort di casa e dalla nostra base sicura.

Sono tante e diverse le motivazioni che possono spingere a prenderci una sospensione dalla nostra routine. Voler andare in pausa però non vuol dire che ci sia qualcosa nella nostra vita che non va, vuol dire solo che siamo persone che hanno più volontà, esigenze e desideri di quelli che si possono soddisfare durante la vita ordinaria: esplorare posti nuovi, trovare amici e amiche lontane, ricongiungersi a parte della famiglia, fare un viaggio interiore, conoscere nuove culture e molti altri ancora. E per nessun motivo dobbiamo giustificare il nostro voler essere o fare anche altro oltre alla produttività o alla carriera. Anzi, forse è proprio chi sostiene il non bisogno di vacanze a condurre una vita con pochi interessi.

Ma ci sono anche i guru che si affannano a dirci che dobbiamo staccare la spina e poi rispondono alle mail e ai messaggi dal primo giorno di ferie.

È difficile abbandonare l’iper connessione, perché ormai fa parte della vita di molte e molti di noi ed è correlata anche di grandi insicurezze personali. Si accompagna alla paura di perdere il controllo di quello che succede e di non essere sempre “sul pezzo” e soprattutto di non essere all’altezza e di poter essere sostituite o sostituiti se solo si abbassa la guardia. Metafora quanto mai azzeccata. Stare in guardia e essere vigili e vigilanti, con il nostro sistema di allerta sempre attivo, non ci permette un profondo relax e porta conseguenze su stress e salute molto pericolose. Ci può anche essere la paura del “chissà cosa succede senza di me?” che spesso però non si abbina a un pericolo reale ma sempre alla paura di lasciare andare il controllo.

Che tipo di viaggiatore sei?

Viaggiare è talmente importante per noi esseri umani, ma anche per i sistemi economici nei quali siamo immersi che si è sviluppata la psicologia del turismo che coinvolge più professionalità (non solo psicologi, ma anche sociologi, economisti, ecc.) e che basa i suoi filoni principali di ricerca anche sulle motivazioni multiple che guidano le persone a viaggiare e sulle caratteristiche sociali di chi sceglie cosa.

Il modello psicografico di Plog è un punto di riferimento per questi studi perché analizza la personalità del turista in base proprio al tipo di viaggio, individuandone tre tipologie: psicocentrici, allocentrici e mediocentrici.

Il turismo psicocentrico è tipico delle persone che preferiscono mete conosciute e familiari, legate al relax con offerte all inclusive. Non amano particolarmente sentirsi “all’avventura”.

Le allocentriche, invece, scelgono mete non turistiche, da scoprire, sono flessibili e più si va lontano meglio è. Preferiscono atmosfere e culture diverse.

Le mediocentriche stanno un po’ in mezzo, va bene l’avventura e il fuori dal comune ma solo se qualcuno ha già spianato la strada e ha già provato quel tipo di viaggio.

I collezionisti

E poi ci sono i collezionisti, come li chiamo io, quelli interessati a mettere un puntino sul mappamondo e a giocare al “celo, celo, manca”. Spesso documentando tutto (o quasi) sui social. Viaggiare ha perso lo spirito autentico e diventa, come molte cose in questa cultura occidentale, qualcosa da dimostrare o peggio ancora da far vedere, qualcosa che fa sentire interessanti più di quanto in fondo si crede d’essere e diventa una corsa a chi fa il viaggio più figo, più lontano e nel posto in cui le altre persone non sono ancora andate. Solitamente si aspettano ammirazione per aver visto qualcosa di sconosciuto ai più, magari sentendosi anche unpo’ Cristoforo Colombo.

Un giro di lingua

Si chiama digital detox e indica prendersi una pausa dall’uso di dispositivi digitali per migliorare il proprio benessere psicofisico. È una disintossicazione che avviene tramite astinenza volontaria da smartphone, app, mail, notifiche e qualsiasi altra cosa che crei stress e faccia riferimento al digitale.

Se pensi alle parole disintossicazione e astinenza cosa ti viene in mente? Sicuramente una dipendenza. Se abbiamo bisogno di una disintossicazione allora vuol dire che quelle cose o meglio l’uso che ne facciamo sono per noi tossiche.

Fare questa disintossicazione ha degli effetti sbalorditivi su tanti aspetti della nostra vita: gestione del tempo, livello e tempo di concentrazione, raggiungimento obiettivi, relax, miglioramento della salute fisica e mentale. Imparare a non essere sempre presenti e ritornare a pe

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Ho scritto un libro:

IL CORPO EMOTIVO NEL PUBLIC SPEAKING

Manuale pratico tra mente, cuore e storytelling

Il public speaking per me è molto di più del parlare in pubblico, perché ci fa fare i conti con noi, con le nostre paure, ma anche con i nostri sogni e le nostre speranze. È un guardarsi dentro prima che fuori, è un parlare con noi stess* prima che con le altre persone. È anche guardare in faccia cose che non ci piacciono, ed è anche imparare a conoscersi meglio e a dirsi: sono stata brava!

Dentro questo libro troverai una parte dedicata alle emozioni e a come tenerle per mano senza farti governare. C’è anche uno Speciale Ansia! Una parte è dedicata al linguaggio e a come si formano i pensieri nella nostra mente. Un’altra, a grande richiesta, è sulla comunicazione non verbale e in ultimo ci sono le mie tecniche preferite di storytelling. E tanti e tanti esercizi.

 

“È un libro che mette ordine tra falsi miti e prove scientifiche, adatto per organizzare discorsi sia preparati, sia improvvisati. Per chi vuole essere leader e muovere opinioni, per chi ha un sogno e vuole raggiungerlo, per chi vuole parlare con mille altre persone o una sola”.

Ne ho scritto un altro:

CHE PALLE ‘STI STEREOTIPI

25 modi di dire che ci hanno incasinato la vita

Le parole che usiamo non servono solo a descrivere la realtà ma influenzano inconsapevolmente anche i nostri pensieri e determinano quindi i nostri comportamenti. Occuparsi delle parole vuol dire soprattutto prendersi cura di sé e della propria mente. E non esistono cose più urgenti di dedicarci a noi e al rapporto con le altre persone. Questo viaggio ironico e al contempo molto serio ci porta, attraverso venticinque modi di dire che spesso usiamo inconsapevolmente, all’interno di una società ancora troppo maschilista, nella quale le donne troppo spesso mettono in atto comportamenti auto-sabotanti. Sono parole “di seconda mano”, che utilizziamo senza compiere una vera e consapevole scelta, sono parole non nostre ma che, nel momento in cui le pronunciamo, dicono tanto anche di noi, di chi siamo, di cosa (senza rifletterci) pensiamo e di come ci comportiamo. Grazie alle riflessioni di Nacci e Pettolino Valfrè, impariamo a riscrivere la nostra voce interiore, a disinnescare i nostri automatismi in modo che, quando staremo per esclamare a una donna: “Hai proprio le palle!”, ci verrà da ridere ripensando a cosa vuol dire, a quanto sia assurdo, e ci porterà a domandarci: “Sono veramente io che sto scegliendo questi termini?”, “Chi è la padrona o il padrone della mia mente?” e ancora: “Posso amare le parole che ho detto?”.

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